Appendice - Sintesi della letteratura sulla trasmissione nosocomiale e occupazionale

Al fine di completare l’informazione sul più generale problema della trasmissione di patogeni ematici in ambiente sanitario, vengono di seguito riportate due sintesi della letteratura recente sulla trasmissione nosocomiale e occupazionale.

Trasmissione nosocomiale

Una delle principali modalità di trasmissione di virus epatitici negli anni passati era rappresentata dalla trasfusione di sangue e dalla infusione di emoderivati infetti. Grazie a un più razionale ricorso alla trasfusione di sangue, al trattamento degli emoderivati, alla selezione dei donatori e allo screening delle unità di sangue per HBV e HCV, si è sostanzialmente ridotta tale eventualità.

L’emodialisi continua invece a rappresentare un’area ad alto rischio. Vale però la pena di segnalare che nel caso dell’epatite B l’introduzione delle misure di isolamento e della vaccinazione nei pazienti emodializzati ha notevolmente ridotto il rischio di trasmissione, che è passato dal 3% allo 0,1%. Il rischio di acquisire l’infezione da HCV in una coorte di 16.500 donatori periodici con follow up medio di tre anni è stato di 1:10.000 per year (anni/persona). Quattro dei cinque casi di infezione presentavano nei sei mesi precedenti una esposizione a manovre invasive. Oltre ad essere basso, il rischio sopra riportato è anche probabilmente sottostimato, in quanto la popolazione giovane-adulta dei donatori non è rappresentativa delle esposizioni iatrogene nella popolazione generale ed i persi al follow up (1.594 su 18.109) possono essere selezionati per esposizione ed esito.

Numerosi studi, segnalazioni di cluster epidemici e casi aneddotici di infezione nosocomiale da HBV e HCV sono stati riportati in letteratura. I reparti chirurgici, i centri di emodialisi e di ematologia (per quel che riguarda le strutture di degenza), i servizi endoscopici e gli studi odontoiatrici (nelle strutture ambulatoriali) rappresentano ambienti ad alto rischio di trasmissione.

Nell’ambito del SEIEVA47 (Sistema Epidemiologico Integrato dell’Epatite Virale Acuta), dal 1990 al 1997 è stata messa in luce in modo consistente un’associazione tra il rischio di infezione acuta da HBV e da HCV e pregressi interventi chirurgici o pratiche odontoiatriche. Esiste una forte associazione soprattutto con gli interventi di chirurgia ginecologica, cardiovascolare, addominale, odontoiatrica, procedure endoscopiche, bioptiche e chirurgia minore.

Il fattore di rischio più importante emerso dalle informazioni disponibili è rappresentato dal mancato rispetto delle misure di controllo: inosservanza delle precauzioni standard (l’utilizzo di materiale monouso, il lavaggio delle mani, l’uso dei guanti), inadeguata decontaminazione, disinfezione o sterilizzazione del materiale riutilizzabile (es.: endoscopi), e applicazione di talune procedure (es.: l’utilizzo di flaconi multidose).

Trasmissione occupazionale

Per quanto riguarda il virus dell’epatite B, che in passato ha rappresentato un importante rischio occupazionale per gli operatori sanitari, la vaccinazione anti-epatite B si è dimostrata risolutiva e lo sarà ancora di più soprattutto se campagne di informazione e offerta attiva verranno svolte negli ospedali e negli ambienti sanitari.

Il virus dell’epatite C ha una minore infettività rispetto al virus dell’epatite B. Il rischio per un operatore sanitario di acquisire l’HCV, dopo esposizione, è compreso tra l’1% e il 10%. Il rischio medio di trasmissione stimato è intorno all’1,8%. I dati dello studio nazionale SIROH (Studio Italiano Rischio Occupazionale HIV), il più consistente e standardizzato nel mondo, mostrano, su 3.795 esposizioni a pazienti anti-HCV positivi, un tasso di trasmissione dello 0,4%. Questo tasso aumenta allo 0,9% in caso di inoculo elevato (aghi cavi pieni di sangue) mentre è dello 0,3% in caso di esposizione congiuntivale.